Calangianus, Antonio aveva sogni, un lago profondo glieli ha rubati.

foto galluranews

Calangianus, 5 giu. 2018-

Ero a Calangianus stasera, in casa della famiglia di Antonio, 20 anni,  una vita davanti spezzata dentro un lago cimitero, quello di Como il più profondo d’Italia, che il 2 giugno s’è portato via la sua giovane esistenza. I suoi sogni, le sue doti artistiche, il talento, i suoi anni, scappati come attimi pasticciati di un confuso orologio che gira al contrario. L’amicizia con la famiglia è datata 2006, 12 anni trascorsi spesso assieme a festeggiare ricorrenze, compleanni, qualche Natale, Capodanno, e le poche gioie che la vita ci fa assaporare quando l’orologio gira giusto, senza il tempo tiranno che esalta  capelli bianchi e radi. Aveva 8 anni allora, un viso sereno come la sua linda educazione che lo induceva a restare in silenzio, ma sempre partecipe di quanto lo circondava. Sono così i prescelti, deputati a disegnare una vita a colori, pieni di creatività che vive dentro il loro pensare assorto, rispettoso, quasi d’altri tempi.

“Amava i viaggi– racconta Paolo, un padre che è come tutti, senza parole- a 17 anni prende la decisione e parte in America”.  La sua voglia di conoscere era indicativa della sua attitudine a inserire dati nel suo personale bagaglio: lo sguardo sul mondo. Un ragazzo come tanti, pieno di vita e di amore sconfinato per la vita, che già stava dipingendo come la desiderava, libera e ricca delle cose che sapeva fare meglio. Osservo un suo book di fotografie, resto incantato dalla loro armonia e dolcezza, sono segni di un’anima che coglie l’essenza delle pose e si sofferma sulle ombre che regalano profondità e sensibilità. Le osservo, senza farmi notare dal continuo ingresso di amici, conoscenti, tutti muti e senza parole. Presenze di abbracci e conforto. E ce ne vuole, non possono bastare, sono le parole inconsolabili dette ad una madre, grazie strappati alle lacrime di chiunque entri a porgere il caldo abbraccio della vicinanza.

Non ci sono parole, la frase che ricorre in tutti, e cosa si dovrebbe dire? Anche le parole hanno una ripetizione che è garbo e solidarietà, il resto è dolore, fresco, eterno.

Nessun padre e nessuna madre dovrebbero sopravvivere ad un figlio, questo il ritmico pensiero che è in tutti noi, padri, madri che provano a confortare genitori e parenti. Nessuna gerarchia esistenziale dovrebbe permettere questo trapasso prematuro così come appare impensabile guardare il pianto inconsolabile di una madre, di un padre, di un fratello. Ci risiamo, mi dico, questa è la vita che non vorrebbe nessuno, non a questo costo, non a 20 anni, né mai. Non può farti pagare un conto così salato.

Mia madre perse sua figlia quando da appena 4 mesi ero nato io. Lo racconto a chi mi sta vicino, anche lei reduce da un dolore recente e pulsante ancora di ricordi, e penso a cosa mia madre dovette sopportare con un figlio appena nato, allattato anche con lacrime. Chissà come si sentiva mia madre allora, quale fosse il suo stato d’animo mentre piangeva una figlia di 6 anni morta e nutriva me,  suo figlio appena nato.  Mi restano le foto di mia sorellina al mare, ed io che la guardo immaginando oggi quale fortuna avrei avuto a godermi una presenza di un riferimento solido nella mia vita.

La foto del profilo facebook

Marilena, donna di generosità incredibile, ha gli occhi smarriti nel silenzio che la circonda. La sorreggono mentre si alza per cercare un improbabile attimo di serenità. La gente è tanta, sempre composta e silenziosa. Si attende Raimondo, il fratello partito a Milano di mattina prestissimo per riportare a casa Antonio. Lo ha vestito, non riesco a comprendere dove abbia trovato il coraggio. Il feretro arriverà domattina con la nave, sopra un carro funebre che lo condurrà in chiesa. Si chiede, ci si informa, alle 16.30 il funerale. Si va via, con un fazzoletto negli occhi, con un ultimo saluto ad una famiglia attonita, incredula, per un figlio che sarà sempre una domanda senza risposte. Le sue foto  circondano la casa, sono  parole e frasi che narrano di lui. Antonio era un ragazzo che amava ed era amato, da tutti. Era circondato da amici, ne aveva tanti, era socievole, un amicone dicono, un compagno fidato. Tristezza,  alleata del dolore, infida amica di chi sopravvive alla morte di un figlio.

Ci sono assenze che resteranno vuoti per sempre, sono memorie e disegni perversi della vita che calano nella prossima quotidianità senza di lui, con bisbigli e sussurri che lo fissano lì, in quella casa, tra i muri, gli oggetti, le sue passioni, i sogni infranti, i sorrisi buoni di un ragazzo dolcissimo.

Antonio aveva sogni, erano realizzabili, li avrebbe realizzati tutti. Un lago profondo, il più profondo d’Italia, glieli ha rubati mentre cercava ispirazione per un esame che avrebbe dovuto sostenere fra qualche giorno.

Era bello Antonio, aveva un sorriso dolce e buono.

Antonio Masoni

 

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