Olbia, I suoi organi ridaranno la vita a 6 persone. Oltre la morte, un gesto di generosità e di amore.

foto d'archivio google immagini

Olbia, 20 lug. 2018-

Valenti Costel, foto Unione Sarda

Ci sono storie che vivono anche dopo il fatto di cronaca, questa di Valentin Costel, 40 anni, operaio romeno deceduto in seguito ad un tragico incidente stradale avvenuto sulla strada Olbia-Cannigione, è più storia delle altre. ne avrà sei di storie future, una per ogni persona che con i suoi organi potrà rivivere una nuova vita. Una storia diversa, o uguale a tante che lasciano eredità in forma di generosità e di gratitudine verso il prossimo. Non conoscevo Valentin ma ne ho sentito parlare ora, dopo che è diventato popolare alle cronache per questo gesto generoso oltre che per la sua tragica morte.

Non ho conosciuto neanche colui che la notte del 5 aprile del 2002 perse la vita – mi dissero – a Terni, anch’egli vittima di un incidente stradale. Quei suoi organi sono andati a diverse persone, ben due li porto con me da oltre 16 anni, mi hanno ridato vita,  il piacere  di amarla in ogni suo attimo, e non c’è frazione di giornata che non ci pensi. Il ragazzo, che da allora ho immaginato chiamarsi “Salvatore” perché dai suoi organi sono state ancor di più le persone che gioirono e furono salvate, da certo calvario, al Policlinico Umberto I di Roma. Li sentii arrivare in fretta, quasi di corsa, con la borsa frigo, modello rigido della Giò Style. Dentro gli organi immersi nel ghiaccio espiantati da poco nell’ospedale vicino al luogo dell’incidente.. Vitale il freddo per organi che devo restare vivi per le ore necessarie ad essere trapiantati. Ero in attesa, febbrile quella notte. Lo era anche un amico di vicino Roma, Sergio, che andava e veniva come un forsennato tra le scale e i corridoi del reparto. Lui era per il fegato di “Salvatore”, lo doveva ricevere tutto, qualche volta si trapianta solo un pezzo in quanto è organo in grado di riprodurre le sue cellule. Era in condizioni disperate Sergio, verde come un prato inaridito e pallido. Aveva rinunciato per altre due volte al trapianto. Gli chiesi perché? Rispose che aveva paura, Andammo insieme nei sotterranei dell’ospedale, laddove uno pensa ci siano soltanto depositi o magazzini, forse anche topi. All’Umberto I c’era un altro ospedale, la radiologia e tutti i servizi diagnostici che lavoravano H24. Eravamo andati per le lastre finali, prima che ci portassero entrambi in sala operatoria. Trascorremmo assieme altre 3 ore di attesa, lui fumava. Poco prima delle 7 del mattino, un attimo prima che ci chiamassero per la sala operatoria, uscì ancora nelle scale a fumarsi – disse – “l’ultima sigaretta”. Perché l’ultima? Devi essere positivo, andrà tutto bene, vedrai. “No – mi rispose – ho troppa paura, sento che non ce la farò”.

Quasi contemporaneamente, entrammo in sala. Lui da una parte, io dall’altra,  in una sala con medici che prima di addormentarmi mi chiesero di urlare “Forza Roma!”. Ebbi un secondo per dire “Forza Juve, sempre”. Calò la notte, mi risvegliai dopo 11 ore tra intervento ed anestesia, era andato tutto bene. Mi dissero anche che era sera tardi, per quel che poteva importare La rianimazione aveva diverse stanze. In quella accanto alla mia sentivo che  Sergio urlava, ne riconobbi la voce roca, impastata dalle troppe sigarette fumate. Chiesi per sicurezza se fosse lui. “si, mi disse una infermiera – è lui e sta soffrendo molto, forse ci sono stati problemi”. Come mai soffre, pensai, dovrebbe essere sotto l’effetto dei sedativi. Invece non erano bastati e lui sentiva dolori incredibili. La mattina dopo, il risveglio fu piacevole e già avvertivo che qualcosa stava cambiando in me. Certo non poter bere mi dava angoscia. L’infermiere mi inumidiva le labbra con una garza bagnata, un piccolo sollievo ma la sete era troppa. La smania di bere acqua si era impadronita di me e ebbi l’ardire di chiedere un bicchiere di acqua. L’infermiere non acconsentì, ovviamente, ma mi strizzò il prezioso liquido della garza e mi sembrò di bere avidamente. La sera, nella stanza accanto non sentivo più le urla di Sergio, ne fui tranquillizzato, forse stava meglio o dormiva. 

“Mi dice come sta il paziente del fegato trapiantato la notte scorsa?” domandai all’infermiera del mattino ” Ehhhh..” rispose. Capii subito senza farle altre domande. Sergio era morto. Piansi in silenzio, ricordo di essermi coperto col lenzuolo per non farmi vedere. Loro, i sanitari, c’erano abituati, io non potevo accettarlo. Lo diceva che aveva paura, sapeva molto bene di essere con un fegato inesistente e arrivato allo stremo, cosa che aveva complicato tutto. Forse se lo avesse fatto la prima volta oggi sarebbe vivo. Sono passati 16 anni e oltre da quei giorni, e ogni volta che leggo di donazioni di organi mi ritorna il pensiero a questo, a Salvatore, a Sergio, alle tante facce che ho visto in 17 giorni di degenza.

Gli anni successivi, quando ripresi in mano la mia vita in maniera totale, fui anche testimone delle campagne dell’AIDO, l’associazione che si occupa delle donazioni di organi. A Tempio insieme ad Alberto Ganau, trapiantato di cuore, che ci ha lasciati qualche anno fa, con alcuni medici e altri volontari dell’associazione, organizzammo un convegno per sensibilizzare alle donazioni. In tanti aderirono e oggi riportano tra i documenti anche la loro espressa volontà di donare in caso di decesso.

Ecco perché quando ho letto di Valentin ho pensato a “Salvatore”, ai tanti come me che da lui hanno ripreso una vita nuova, hanno potuto capire quanto preziosa essa sia e quanto bisogno c’è sempre di sensibilizzare alle donazioni.

Lo dobbiamo a “Salvatore”, a Valentin, a tutte quelle generose persone che hanno dimostrato che la vita va oltre la nostra morte fisica. La vita di chi ha donato resta in me, in tutte quelle persone che portano dentro qualcosa che è la vita oltre la morte. Pensateci, siate generosi, non costa nulla a voi e vale tanto per chi resta dopo di noi.

Grazie Valentin e grazie anche a “Salvatore”.

Antonio Masoni

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