Tempio Pausania, Anticamera, camera, quando la vita non da altra scelta.

foto archivio google - www.smeraldarsadipadru.it

Tempio Pausania, 1 gen. 2018-

Volevo disintossicarmi dalle scorie di qualche giornata poco felice, non per quanto abbia vissuto in bagordi ed eccessi, ma per riprendere il contatto con chi il suo lo ha smarrito. Mi prende così talvolta, mi sento quasi sospeso sopra un altissimo e traballante corridoio oscillante, non devo guardare sotto e badare solo a dove mettere i piedi. Decido, dopo quasi due mesi, di riandare a trovare chi la sua mente l’ha perduta insieme al piacere di questa accettabile prima giornata dell’anno, quasi 12 gradi caspita. Giusto il vento mi ha ricordato che siamo nel cuore di un inverno che ancora non ha sbattuto forte il suo ghigno contro le nostre facce. Si viaggia, direzione Padru, paese poco distante da Olbia ma  con strade non proprio scorrevoli per essere raggiunto. Solite cose, ormai avere strade accettabili è come pensare di far affari vendendo igloo in Tanzania. In Sardegna, dicono, ci si abitua a tutto, figuriamoci allo stato di una o cento strade. Insieme a me parenti e un’amica deliziosa che tutti conoscono per essere una interprete canora tra le più gettonate della musica folk, Maria Teresa Pirrigheddu, anche lei a trovare qualcuno in quella struttura sanitaria assistita. Un viaggio con lei è fatto di suoi ricordi perché. oltre ad avere ancora una voce splendida è, come poche persone, dotate della capacità del racconto. Ne resti colpito, per la memoria e per i dettagli del suo vocabolario ricco e dai suoni armonici. Una miniera di esperienze che da subito ami quasi quanto le ami lei stessa che le ha vissute.

La RSA di Padru ci accoglie. Personale gioioso, come non essere così – mi dico – con queste persone che ne hanno necessità! Però, è anche vero che non si deve a nessuno questa totale disponibilità e predisposizione all’accoglienza, in altre parole, ci sono e non ci fanno. E’ quasi festa in quel luogo, come in tutto il mondo, si riscrive un nuovo capitolo, si mettono i primi calendari, ci si augura qualcosa di felice. Uguale ad ogni posto, come nelle case, per telefono, per scritti, per abitudini. Il saluto e il rispetto, assieme al sorriso, sono componenti immancabili. Ti passano accanto carrozzine, quelle che non hanno sorrisi ma chi ci sta sopra è pieno di attenzioni verso di te, sorride e ti dice buonasera o buon anno. Sembra che tutti conoscano tutti, un micro mondo di storie e malattie che si intrecciano con altri mondi, quello di vettori esterni che hanno portato facce nuove, quindi ci si prepara per un nuovo sorriso di benvenuto. Lo vedi, lo senti, lo apprezzi.

Sapevo già cosa avrei trovato in quella stanza, la 226 (come quella del mio ufficio toh!), e non mi aspettavo nulla. Perché di nulla ci si accontenta in certi casi, di immaginari e illusori progressi minimi che sono attesi prima che lo sconforto ti abbatta e ti riapra le sacche lacrimali. Ti chiedi se quella  sia una camera o sia l’anticamera di un destino che lo ha privato della gioia di un respiro a Natale, che gli abbia tolto il suo compleanno, i suoi prossimi, le tante occasioni che ancora avrebbe avuto per raccontarci di sogni da esaudire, della macchina nuova, delle imprese quasi da leggenda di qualche conoscente. Tutto frantumato da 6 mesi, e le sue radici che perdono vigore, ne avverti lo smarrimento silenzioso. Esco, vado fuori a rispondere al telefono ed a chiamare un amico, mi serve per distrarre i miei occhi da quello sguardo acceso solo dalle pupille che ancora resistono, Le sue, non le mie.

Penso a quanto lui sia lontano ora, a quanti chilometri o anni luce disti da me quel viso lucido e scurito, a chissà cosa stia pensando, se pensa, o a cosa vorrebbe dire, se parlasse, a quante peripezie vissute per avere chiuso il suo ciclo vitale, senza una ragione, senza che lo abbia voluto. Penso, anche, a quanto sia lontana quella città che ho lasciato due ore prima, con tutte le sue contraddizioni e con l’assenza di buon senso che qui, da queste parti, respiri sin dal primo minuto che ci metti piede. La fragilità di questa nostra vita, non ha insegnato nulla – mi chiedo -, tutti affannati a ricercare qualcosa che viene vanificata in un nano secondo dall’imponderabile circostanza. Già, sono triste, come non esserlo.

Al ritorno, Maria Teresa, mi declama a cappella brani di Don Baignu, di Franco Fresi, il suo poeta principe per i brani che esegue. E’ piacevole ascoltarla, e scordare per il tempo del viaggio, quegli occhi che non ridono né piangono, di essi ho già riempito il mio già cospicuo bagaglio di dolori aperti.

Chiddi campi fiuriti
al me so sicchi, e no fiorini più;
e chidd’anni fuggjiti
si ni so di la prima ciuintù:
di l’etai matura
appena n’aggju ‘istu la figura.

strofa tratta da: Lu Pintimentu (Don Baignu Pes)

trad. Quei campi fioriti, ahimè son secchi e non fioriscono più, e quegli anni della prima giovinezza sono fuggiti: dell’età matura, ne ho visto a malapena la figura.

Ci riandrò presto, non perché serva a lui ma a me. Averci trascorso quasi una vita, averlo disprezzato e amato, per le troppe chiassose scemate, esaltato, quando fu il primo ad essermi di aiuto nella malattia, non si cancella neppure se smetti di pensarlo. Presto attenzione alle insidie di una strada obsoleta, mentre risuonano strofe ininterrotte di Franco Fresi e di Don Baignu, e gioco con me stesso ad indovinare di chi sia l’una o l’altra. Ci azzecco, sempre. Non dico nulla alla gradevole canterina della tempiesità, sa bene che ci ho pensato e tace compiaciuta.

Dormi sereno o come pensi sia per te oggi la serenità. Non hai niente da chiedere al 2018. Il calendario è fermo da sei mesi.

Antonio Masoni

 

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