Tempio Pausania, Comparto sughero, un declino lungo 20 anni.

Tempio Pausania, 26 apr. 2017-

Il recente caso del sugherificio Ganau, ultimo in ordine di tempo, testimonia che il l’intero comparto sughero sta attraversando una sua insostenibile deriva, frutto di svariate ragioni, certo non di una sola come appare invece quella legata al caso dei licenziamenti in atto. Un declino, quello della lavorazione del sughero che persiste da oltre 20 anni, con alternanza di schiarite deboli e di feroci crisi sostanziali.

Alcuni aspetti sono paradossali, come la storiella che il sughero non si vende più, ma alla base di tutto vi è una sola macro-ragione, a sua volta suddivisa in tante altre, che è alla base della perdita sempre più marcata della materia prima. Il sughero sardo non basta, e questa è già una fondamentale spiegazione che ha costretto le aziende a rivolgersi al mercato straniero dove forse la materia prima non presenta la stessa qualità intrinseca del sughero sardo, da sempre universalmente riconosciuto il migliore qualitativamente. Per il fatto che la nostra produzione era ed è più o meno la metà di quanto sughero si lavora, è chiaro che non può esserci una sola provenienza della materia prima.

Le aziende, anche a causa di una competizione feroce con mercati più convenienti e con prodotti alternativi, hanno conosciuto anche situazioni di stallo sulla vendita del prodotto principe della lavorazione del sughero, il tappo, ma mai nessun produttore vinicolo, a parte eccezioni per vini di minor pregio, si è mai sognato di usare altro prodotto, certificato dalla bontà, dalla durata nel tempo e dalla storia antica che ancora racconta della sua formidabilità nella chiusura di vini e altri prodotti liquidi. Nessun produttore di vini pregiati, si azzarderebbe a chiudere il suo vino con un succedaneo o con altro non di sughero. Allora, se il vino rappresenta per l’Italia uno dei pochi prodotti che ci fanno ancora primeggiare nel mondo, quali cause possono aver portato a questa crisi?

Ricordo, perché lavoro nel settore, i piani di riforestazione, diverse leggi regionali per la sughericoltura, mai una andata a buon fine, come tentativi dei governi regionali di dare delle risposte alla mancanza di materia prima. Il sughero, si sa, ha bisogno di piani trentennali per dare delle risposte, lunghe scadenze che spaventano, dalla prima piantina alla possibilità che quell’albero possa fornire la materia. A questo cronico problema, il tempo, le variazioni climatiche, la siccità, le malattie, l’incuria dei boschi di sughera e i ciclici attacchi dei lepidotteri defoliatori, hanno spesso compromesso estrazioni e conseguente volume del sughero da lavorare.

L’analisi della crisi del comparto non può non tener conto di una variabile che è andata via via sempre di più chiudendo i rubinetti dell’accesso al credito. Ovvio che un’azienda che vuole investire per migliorare la sua fabbrica, inserire altre lavorazioni, provare a far crescere il proprio fatturato, ha bisogno di prestiti. Nel tempo, anche queste possibilità sono andate esaurendosi e le aziende hanno vissuto accontentandosi del poco o, come nel caso di altre realtà industriali, diversificando o nella peggiore delle ipotesi, riducendo la forza lavoro della propria fabbrica. Secondo i sindacati CGIL e CISL, la perdita dei posti di lavoro negli ultimi anni è stata da 1500 addetti a poco più di 700, quindi una riduzione di oltre 50%., mentre altri dati su Calangianus e sulle aziende del paese, parlano di una perdita di posti di lavoro e fatturato attorno al 10%. Qualsiasi che sia la verità, è evidente che il settore sta attraversando un periodo di disagio profondo, Molte aziende hanno chiuso, altre hanno  ridimensionato il personale, molte sono rimaste ad una conduzione pressoché familiare, ma tutte hanno perso fatturato. 

 La ex Stazione Sperimentale, centro di studi e ricerche, nata per essere di sostegno alla produzione, è stata negli anni portata a recitare un ruolo secondario, come un recente comunicato politico di Resistenza Gallura ha documentato “…Crediamo che un argomento come questo, che incide sul lavoro di tante professionalità operanti presso questo ente e le possibilità che esso potrebbe rappresentare per l’economia del nostro territorio, necessiti di un approccio slegato da condizionamenti e strumentalizzazioni politiche  ricercando con forza un momento di dialogo costruttivo per proporre e individuare, possibilmente unitariamente, le soluzioni più ragionevoli.”.

Le soluzioni ragionevoli vi erano e vi sarebbero ma stanti così le cose, la Regione, anche se ogni tanto marca sussulti di interesse verso la realtà industriale del sughero, sembra non curarsene. Perché? Forse perché al centro di tutto c’è quella importante macro-ragione di cui all’inizio ho scritto e che ho anche riassunto di recente  (link) . Uno dei passaggi diceva: “

Le politiche imposte dall’unione Europea  sono le principali ed uniche responsabili del disastro economico in atto. La crisi economica,  in questo caso non ciclica ma indotta e studiata a tavolino, ha il compito di creare enormi sacche di disoccupazione e la disoccupazione fa si che vengano meno i soldi in circolazione e dunque crei la diminuzione della  domanda aggregata cioe’ la richiesta da parte dei cittadini di beni e servizi, che non possono più permettersi.
A questo punto, lo stato vedendo che crolla la domanda interna e calano le proprie entrate fiscali in quanto  ogni taglio alla spesa è recessivo, è costretto ad aumentare le tasse e introdurne di nuove, vedi adesso la proposta di portare l’IVA al 25%.
Tutto ciò innesca una serie di effetti a catena e a causa della scarsità di moneta in circolazione i negozi e le aziende chiudono. Torniamo alla crisi del sugherificio. Un’azienda va in crisi per svariate ragioni: mancanza di liquidità in primis, domanda scarsa dei propri prodotti e conseguente offerta degli stessi compromessa, indebitamento con le banche, accesso al credito difficile se non impossibile. Se avete seguito e capito il ragionamento sopra scritto, non avrete difficoltà a capire perché un sugherificio entri in crisi. Il discorso però può essere allargato a qualsiasi attività imprenditoriale e commerciale del settore privato ma anche del settore pubblico, come quello delle scuole, della sanità, della giustizia, dei trasporti, della viabilità,  avete tutte le risposte.”
Gli addetti al lavoro licenziati sanno che questa situazione del sugherificio è derivata da uno dei problemi della crisi. Sanno però altrettanto bene che il loro lavoro, oggi conta ancora perché il sughero, e meno male, è importante e prezioso e si vende, e chiedono di pensare al loro reinserimento nel settore. Occorre non più uno sforzo ma una vera rivoluzione politica, capire che da questo imbuto non si esce se non ci si oppone al ricatto della mancanza di soldi da investire. I soldi? Non crescono nei campi e qualcuno deve pensare che senza la sovranità monetaria questo paese non potrà più sopravvivere, pena la sua fine pianificata e decisa da moltissimi anni. Ora, se qualche politico legge questa nota, che manifesti interesse per la sola strada da percorrere per uscire fuori anche da questa crisi del comparto sughero. Ma non con le illusorie scelte di sempre, ma con i soldi da spendere per ricreare quel tessuto sociale altamente produttivo che ha generato in Gallura un benessere sociale che ora non c’è più.
Antonio Masoni

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