Tempio Pausania, E dimostratela tutta questa sapienza!

immagine dal film "Le parole che non ti ho mai detto" - archivio google immagini

Tempio Pausania, 21 giu. 2018-

Partiamo da un concetto che troppi scordano. Principio, a mio avviso, che dovrebbe far quanto meno riflettere i cosiddetti esperti che navigano alla ricerca di plausi e applausi, altrimenti chiamati consensi. Come se il consenso si misurasse con approvazioni virtuali o sulla conoscenza diretta dell’esperto. Cioè, lo conosco, so chi è, mi piace e quindi ha sempre ragione, “quantunquemente e qualunquemente ragione”. Oppure, non so chi sia, cosa faccia, mi piace a prescindere…scrive bene.

Per non apparire retorico o, come qualcuno mi accusa, populista, buonista, alla ricerca continua dell’applauso, cerco di spiegare cosa voglio dire e chi vorrei capisse. Prima cosa, non ce l’ho con nessuno, mi dispiace tanto per chi lo pensa, ma non detesto alcun ragionamento, per quanto ottuso possa apparire, né provo rancori o invidie, anni luce lontani dal mio essere partecipe di queste dinamiche virtuali. Rispetto e ammirazione per tanti, anche per chi non se ne è mai accorto in quanto declino   commenti o likes che non sono, né mai saranno, un termometro per stabilire il valore di nessuno, a partire dal sottoscritto.

Mi astengo, preferibilmente, anche dagli auguri per i compleanni che non sono una mancanza di rispetto ma una legge non scritta che non mi piace più,  ha codificato ancor di più la presunta vicinanza tra persone che si conoscono a malapena o  affatto. Ho omesso la mia data di nascita, proprio perché voglio evitare anche di riceverli. Non guardo chi compie gli anni, non accetto giochi, non condivido post di altri ma solo i pezzi che scrivo io. Non sono presuntuoso perché mi rifiuto di subordinare la mia presenza su facebook, o su altri social, a questi meccanismi del tutto avulsi dalla reale conoscenza che ritengo la sola forma di vera relazione col prossimo. Non ho rivelazioni da fare, non aspetto complimenti e preferisco sempre un rapporto diretto, chiaro, fatto di parole e ascolto reciproco in ugual misura.

Ho migliaia di conoscenti reali, quasi tutti conosciuti personalmente, qualcuno anche virtualmente ma da cui entrambi abbiamo tratto consapevolezza di come siamo fatti, senza paraventi o maschere fittizie che coprono gli occhi ed il rispettivo vissuto, annebbiando la reale identità. In altri termini possiamo affermare che tutti “siamo ciò che facciamo realmente” e se dovessimo cadere in fallo, beh, sarà facile svelare chi siamo davvero. “Si, ma io sono sempre me stesso”, dicono o scrivono i più sicuri, omettendo forse che nella loro sicumera si nasconda una primigenia paura che si vorrebbe superare cambiando i propri connotati, quelli che la mia amica pedagogista Rita chiamerebbe “del copione”, la nostra storia insomma che abbiamo codificato quando ancora eravamo piccoli.

Io cambio i parametri del mio passato solo se cambio il mio rapporto con me stesso e con gli altri, se riesco a comprendermi prima di capire chi si relaziona con me. Non a caso abbiamo due orecchie, proprio perché attraverso l’ascolto degli altri, anche dei loro bisogni, posso riuscire a cogliere quanto mi occorre per conoscere. Non a caso abbiamo due occhi, per vedere, osservare, leggere, studiare, arricchirci di qualsiasi opportunità finalizzata ad espandere il bagaglio cognitivo. In sintesi, se abbiamo un paio di orecchie e un paio di occhi, usiamoli sempre, non a turno ma assieme. Per non parlare delle braccia e delle gambe, che sconfinano nelle altre possibilità di camminare, muoverci, viaggiare dovunque e afferrare quante opportunità esistano, e ce ne sono per tutti.

Altra cosa. Come diceva Socrate: “So di non sapere”. (Platone, Apologia) “Siamo di fronte ad una delle tesi più famose di tutta la storia della filosofia: quella della “docta ignorantia”che Socrate espone in un momento drammatico della sua vita, durante il processo che si concluderà con la sua condanna a morte. L’equilibrio fra una grande fiducia nella ragione e la profonda consapevolezza della propria ignoranza è uno dei doni piú preziosi che il filosofo Socrate ha lasciato in eredità ai posteri, fino ai nostri giorni”.

Il mio amico Daniele, filosofo che per mestiere fa altro, potrebbe dirmi la sua, con capacità e cognizione, perché questa roba lui la conosce. Una frase come quella di Socrate, rimbalza anche oggi e diventa un puntello che dovrebbe indurci a sapere di più sapendo che, anche dopo aver saputo, resta tutto da sapere. Essere coscienti che l’unica cosa certa è che non sappiamo tutto, ci dovrebbe indurre a placare le ire periodiche sui social dove il meno esperto, è un laureato in tuttologia al quale per creargli un intoppo che lo colga in fallo, basterebbe che lo si incontrasse e ci facessimo esporre “vivo live” il suo scibile. Ne vedremmo delle belle!

Partendo dalla frase di Socrate, presupposto per interpretare la nostra vita come una ricerca infinita di conoscenza, sentiremmo la necessità di relazionarci col prossimo e non celarci dietro un computer e dare di noi solo una virtuale identità. Non è necessario nulla, sia chiaro, ciascuno la vita la deve spiegare a se stesso e non agli altri, e come sempre è libero di fare cosa vuole. Il “ma” c’è nel momento stesso in cui i “dotti, medici e sapienti” diventano baluardi e riferimenti nella vita di troppi. Credo che essere un riferimento, ai giorni nostri, sia una follia, specie quando il popolo che segue è lo stesso che avrebbe più bisogno di “vedere, osservare, leggere, studiare, verificare di persona”. Non devono esistere riferimenti incarnati in qualcuno perché ognuno di noi ha la propria storia ed è diverso dagli altri. Filtrare il vissuto di altri è bene ma non emuliamone il pensiero o l’azione ” d’emblée “, “subito”, pensiamo con la nostra testa, ascoltiamo con le nostre orecchie, guardiamo con i nostri occhi. Ne guadagneremo in quella che è la nostra esperienza, a volte un coacervo di ingredienti sparsi e poco omologhi l’un l’altro, a volte un impasto armonico e confacente ai nostri veri dati identificativi. I tempi moderni ci inducono a vivere nell’omologazione dei costumi, delle abitudini, in clichè stereotipati che quanto meno ci rendono uguali agli altri, nelle cose positive e in quelle negative, oppure ci dividono nelle due metà classiche dei separati in casa, gli ultras bianchi contro gli ultras neri. Eppure tra bianco e nero, esiste una scala infinita di colori dove magari poter collocare la nostra posizione. Chi non si schiera, oggi come ieri e come sempre, ha una visione nella quale coglie accenti differenti, intermedie valutazioni, che non sono segnali oscuri di apatia o indifferenza, ma semplici punti di vista o opinioni (come questa mia) che ci hanno condotto ad usare i nostri sensi, quelle orecchie, quegli occhi, quelle gambe e quelle braccia di cui sopra.

La saggezza, altro valore che l’omologazione forzata ha portato ad escludere dai nostri ragionamenti, è a mio avviso non un obbligo ma una difesa del nostro pensiero e delle nostre azioni, l’arma che se ben usata, ci distanzia dal fiume torrentizio dei social, ci mostra il lato reale di tutto, anche quello che ci sta costringendo alle sofferenze attuali. Soprattutto, però, ci spiana la strada per essere maggiormente presenti quando si richiede il nostro apporto che dev’essere solido, comunicativo, reale, nei fatti.

Per il resto, non nascondete quelle che gli altri chiamano fragilità umane. Sono una forza, ci identificano in momenti precisi della nostra vita che vanno mostrate. Provate anche a perdonare chi vi ha fatto del male, facendolo capirete che voi siete più forti di colui o colei che vi ha sopraffatto, quella volta Questo non è essere deboli e remissivi, è essere intelligenti. Vuol dire riconoscere sempre che pur sapendo di non aver sbagliato,  l’altro/a  capirà di non aver vinto. E forse qualche riflessione la potrà fare. Speriamo fuori dai social, in un bar magari o scambiandosi una parola.

Quando il nostro percorso finisce, non dovremmo mai avere rimpianti come in quel famoso film: “Le parole che non ti ho mai detto”, monumentale riferimento alle lacune che lasciamo da colmare durante il nostro viaggio.

Antonio Masoni

 

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