Tempio Pausania, Esseri deboli e fragili, tutti coinvolti nel subdolo gioco della vita che tira calci e pugni.

foto Paolo Cabras - google immagini

Tempio Pausania, 5 ott. 2017-

Un uomo, giovane, un’età che riserva di solito le migliori fragranze della vita, sia lavorative che umane, l’età di mezzo nella quale si può tentare un breve bilancio della nostra esistenza, valutandone i risultati e provando a decifrarne l’effetto in chiave di carriera e di aspettative future. Una famiglia formata, dei figli e il fardello delle esperienze vissute che inizia ad appesantirsi e farsi gigante. Ciascuno di noi ne ha uno, piaccia o meno, esso ci definisce, ci inserisce nell’inventario di un’anagrafe umana, è la sola cosa che accomuna tutti.

Il vissuto, l’orma del passaggio in questa vita, però è qualcosa che sconfina dalla volontà e va a parare spesso in un ring dove devi fronteggiare un avversario tosto e cattivo che te le suona senza che tu opponga una efficace difesa. Sei vittima della stessa vita che hai sinora affrontato, di un dolore profondo non confrontabile con altri.  Un dolore speciale che non è declinabile dal pensiero logico e normale. Manca la voglia di chiedere aiuto, di raccontare quanto stiamo vivendo, forse pudore o forse la convinzione errata che “tanto nessuno può capire” per non mettere il evidenza che siamo esseri deboli e fragili, tutti a rischio, tutti coinvolti nel subdolo gioco della vita che tira calci e pugni dai quali non ci sappiamo difendere.

La vita è un ring e tu sei come un cavallo imbizzarrito che si agita sopra. Vorresti sottrarti alla ferocia dell’avversario che incalza su di te, ti vuole distruggere ogni tua minima resistenza, picchia e colpisce sempre più forte. Non ci sono arbitri, non c’è pubblico, e non c’è neppure il tuo avversario, sei solo, tu e quell’immaginario  nemico che ti ha riempito i pensieri senza che te ne accorgessi, ti ha invaso il campo visivo come una cataratta senile, oscurandoti la luce.

Sai che esiste di fianco a te una lampadina, ma decidi di non accenderla. Sai che c’è quel tizio, in quella città, che potrebbe aiutarti, ma non ci vai. Un amico ti invita a stare con lui, tu rifiuti. Sono mille esperienze che tanti abbiamo vissuto, quando non ci sentivamo in pace con la nostra disponibilità ad accettare gli altri. La sofferenza, spesso, è egoisticamente un prezioso alleato, ne siamo gelosi e pensiamo che solo noi possiamo avercela. Alzi la mano, chi non ha cercato di sorprendere raccontando di una personale disavventura?

Episodi, frammenti di esperienze comuni a tutti, ma con una stessa parola che li unisce: la solitudine. Interiore, ben inteso, fuori possono esserci anche decine di persone. Da essa deriva il dolore profondo, una spada che penetra ogni minuto nel tuo cervello distruggendone la reazione. Un percorso disseminato di quotidiani momenti in cui saresti “leggibile” ma con te non c’è nessuno in grado di comprendere.

Così prosegui, ad oltranza, finché un bel giorno, decidi che non ha più voglia di proseguire e fermi i tuoi passi. Respiri l’ultimo fiato e ingoi l’amarezza tutta in una volta, senza fare domande, urlando al vento quella solitudine repressa. Un triste sorriso sferza l’aria fresca di ottobre. La risacca del mare esplode nella scogliera.

Antonio Masoni

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