Tempio Pausania, il compromesso tra il sentirsi liberi ed esserlo.

Tempio Pausania - foto Giov. Ant. Puliga

Tempio Pausania, 21 mag. 2018-

Ascolto ogni giorno dolori e disagi, richieste di aiuti o di lavoro, come se possa io, umile ed impotente divulgatore di informazioni, farmi interprete presso chi causa dolori e disagi. Certo, lo faccio e anche spesso, ma oltre al disorientamento generale di questi anni che si vorrebbero cancellare, restano sul tavolo  interrogativi e larghi spazi di dissenso che non hanno risposte. Situazione insostenibile, dove a troppi mancano strumenti interiori di resistenza, di sostegno, di riflessione. Molte volte la fame bussa feroce, più di quanto sia lecito tollerarne gli effetti. Non solo, non si tratta di fame e basta, ci si aggiungono i costi esasperati legati a bollette, acquisti inalienabili di beni primari, le malattie, i figli, la casa. Ci restano gli spazi di una presunta libertà che è tale solo se non è collegata ad altre emergenze, a compromessi per uno straccio di lavoro precario, a relazioni che potremmo evitare ma che non facciamo perché ci risultano, al momento, indispensabili.

Cosa è quindi questa libertà di cui tutti parliamo? “Sono una persona libera e dico e faccio cosa mi pare”. Eh no, la libertà vera è quella che è insita in noi e che ci rende alieni al pensare comune, senza però diventare nemici del sistema, o esserlo per partito preso. Si tratta dunque di un compromesso tra il sentirsi liberi ed esserlo, non di una vera libertà.

In questa società soggiogata da vessazioni privative, è complicato potersi svincolare dai compromessi, starsene in disparte e evitare che possano interferire nella nostra vita.

Restano sul sempre più asfittico piatto della bilancia le troppe vane ricerche di un lavoro, anche precario, che non lasciano solo interdetti ma rispecchiano solo in minima parte il profondo disagio che accompagna questi tempi. Si dovesse interpretare meglio lo stato di disagio che caratterizza i nostri tempi, ci si rende ben presto conto che non esiste la libertà desiderata ma una dipendenza totale dal sistema che obbliga ad accettare anche lavori mal pagati oppure a non lavorare per niente.

Da tempo ho accettato anche questo ruolo di portavoce di situazioni limite dove gli interessati scrivono di come e dove vivono senza uno straccio di certezza economica, una qualunque. In tanti prevale il senso di smarrimento per qualche lavoro che viene dato a “stranieri” che pressano anche loro per vedere riconosciuti i giusti diritti ad una vita dignitosa. Non si tratta evidentemente di razzismo ma di contingenza che trova in alcuni lavoratori stranieri gente più avvezza a sopportare la durezza della ristrettezza economica, ma è anche vero che per evitare concorrenza in ambiti lavorativi, talvolta è lo stesso indigeno che sottrae una buona parte di un guadagno “normale”, a malapena sufficiente per pagarsi i propri debiti, pur di avere un modestissimo lavoro decisamente sotto pagato, al limite vero della schiavitù, pur di avercelo.

Non mi addentro per evidente impreparazione nel campo degli aspetti sociologici del fenomeno, ma posso assicurarvi che la nefandezza di questa crisi economica non è soltanto nella riduzione delle spese ma anche in questa orribile concorrenza dove ci si mette in conflitto con “lo straniero” di turno per prendergli il lavoro che a lui viene assegnato perché chiede di meno. Pensate alle badanti, un lavoro modesto ma utile a chi ha necessità di essere assistito per mezza giornata o anche per le notti. Quando capita una richiesta per questo lavoro, tanti preferiscono “quello straniero” perché chiede meno soldi (non sempre è vero!) e lasciano la gente del posto con questa riposta:

“Mi dispiace, ho già preso un’altra persona”.

Già questa concorrenza ha invaso ogni settore del mercato del lavoro, presentando un quadro a dir poco spaventoso nel commercio in senso lato, con negozi “gialli” ovunque che oggi hanno anche  dipendenti locali. Nulla di strano nel quadro della globalizzazione se i proprietari, aldilà del forzare contratti legali al dipendente, non applicassero compensi miserevoli, per turnazioni di lavoro esagerate. Quasi sempre la risposta è la stessa:

“Vuoi un lavoro? Prendi quanto ti do, altrimenti ne arriva un altro”. Tanto un altro/a arriva comunque, ve lo assicuro.

Il ricatto del lavoro è in opposizione alla libertà. Non è una soluzione alla mancanza di occupazione, ma rappresenta per tanti/e l’immediatezza per risolvere indigenza, scadenze, bollette. E nessuno sembra abbia intenzione di vigilare su come vengano trattati i dipendenti o se i termini del contratto siano applicati regolarmente, perché questi neo mecenati vengono considerati imprenditori che danno lavoro. Nessuno che dice che quel lavoro  è sostanzialmente concorrenza spietata al  locale che vende prodotti simili, ma di ben altra qualità.

Così, ti ritrovi a passeggiare nelle vie del centro e vedere i commercianti sulla porta mentre di là, anche in periferie di solito poco trafficate, trovi negozi alternativi con merce di discutibilissima affidabilità, sempre pieni di utenti intenti ad acquistare per il basso prezzo. Ovvio, nessuno può dare colpe a chi risparmia sui costi di un prodotto ma, stanti così le cose, è chiaro che una fetta importante dell’economia interna muore sotto i colpi di prodotti concorrenziali, spesso di pessima qualità, comprati esclusivamente perché costano poco. A tutto questo si aggiungono anche le considerazioni bislacche di taluni che affermano “peggio per loro, abbassino i prezzi e andremo da loro a comprare”. Alzi la mano che non ha mai proferito o ascoltato questa frase.

Intanto, l’economia locale muore, le attività chiudono, le poche fabbriche licenziano, la regola numero uno è “tagliare ovunque e comunque”. Solo a Tempio, in perfetta sintonia coi dati nazionali, oltre il 50% di disoccupati giovani, più di 1000 persone (15 %) in povertà, famiglie un tempo abbienti che fanno immani sacrifici per mantenere i figli all’Università, costi della vita sempre in aumento, tassazione stellare, perdite gravissime di servizi sanitari, e tutte le deficienze che si conoscono non perché lo diciamo noi ma perché tutti le stanno vivendo quotidianamente.

Avete ancora voglia di parlare di libertà?

Antonio Masoni

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