Tempio Pausania, Il razzismo e le sua varianti, in realtà non disprezziamo i diversi ma la loro povertà.

Dati drammatici

Tempio Pausania, 25 ago. 2018-

Una riflessione di un amico che da sempre dedica la sua penna e la sua bravura alle tematiche sociali, economiche e umane, esprime questa incredibile verità che mi vede d’accordo in ogni sua minima declinazione. La faccio mia, come mi capita di rado, sottolineandone le paure che emergono in chi si scaglia contro i diversi di colore ma è pronto ad esaltarne le gesta quando lo stesso colore è quello di un famoso atleta, un attore, un cantante.

«Il razzismo esiste eccome.

Il razzismo di chi chiede sacrifici, ma gronda privilegi.
Il razzismo di chi ha una clinica sempre pronta per lui, ma taglia gli ospedali.
Il razzismo di chi ha la pensione da diecimila euro, ma propone austerità.
Il razzismo di chi accusa gli altri di esser razzisti, dalla villa sul mare.
Il razzismo di chi un bus notturno non sa proprio cos’è.

Ma c’è anche il razzismo di chi ha pochissimo, e ha paura di perderlo.
Il razzismo dei penultimi, contro gli ultimi.
Il razzismo di coloro che hanno il terrore di sentire l’odore della miseria, che ricorda che potrebbe afferrare anche loro.

Il colore della pelle non c’entra nulla.

Una modella nera, o un cestista, o un jazzista, o un centometrista, o un calciatore, non sono neri.
Withney Houston, o Carl Lewis, o Bolton, o Pelè, o Morgan Freeman, Sammy Davis non sono neri.

Sono belli, vincenti, bravi e ricchi.
Non ci fanno paura per niente. Anzi, li amiamo.
A noi fa paura la miseria. La odiamo.

Mentre la miseria lontana ci ispira belle parole e grandi progetti, quella vicina non la vogliamo, ci fa sentire in colpa.
E ci fa paura: potrebbe afferrarci.
Potrebbe ricordarsi di noi…

No! A noi fanno paura i poveri.

Odiamo la miseria, ma invece di prendercela con chi la provoca, ce la prendiamo con chi la subisce.

Invece, Per non vedere poveri, bisogna eliminare i ricchi»

Francesco Neri.

Vedere il razzismo in questa forma, determina proiezioni diverse, ci catapulta in atteggiamenti e frasi quotidiane che ascoltiamo o ne siamo anche talvolta fautori. E’ troppo facile attribuire un aggettivo così contorto come “razzista” a chiunque pratichi odio viste le sue inclinazioni a sparare sentenze e giudizi sulla pericolosità dei colored che arrivano in Italia. Se ci si ragionasse con la dovuta serenità d’animo, allontanandoci anche dalla facile banalità di dire di non essere razzista, avremmo anche altre cose da discutere, sulle ragioni di questo fenomeno inarrestabile che determina avversione esclusivamente sulla migrazione, sul delinquere a priori di una “pelle” piuttosto che di un’altra.

Se provassimo tutti ad elencare ogni personale situazione nella quale ci siamo venuti a trovare subendone un danno, o quando ci siamo fidati di chi cavalca l’una o l’altra sponda del malessere, sempre facendo riferimento al numero spropositato di extracomunitari, avremmo trovato altri elementi  che nulla hanno a che fare con la pelle e il suo colore. Come afferma Francesco, a noi fa paura la povertà, la sentiamo come una minaccia personale, sia quando arriva nei porti o quando la ritroviamo nel portone accanto al nostro. E odiamo anche il nostro vicino povero, fingendo empatia e magari anche talvolta prestando lui un aiuto economico. D’acchito, spesso godiamo del rapporto che cerchiamo di stabilire tra noi e lui, su un piano di differenze sociali, noi che “abbiamo” e lui che “non ha”. Però, quella presenza ci disturba, prima ancora che ci sconquassi dentro con la deriva feroce della repulsione verso di lui.

“Maledetti Poveri! Sempre a rompere le palle con mani stese, o a fare le vittime che non hanno nulla da mangiare, che non hanno lavoro. A sfruttare la nostra buona volontà e succhiarci l’elemosina o il cesto di alimenti”. Non funziona così, il nostro affanno deriva dal fatto che non ci chiediamo una sola volta perché il numero dei poveri sia triplicato e gli aiuti caritatevoli siano diventati pratica quotidiana. No,  dirottare l’attenzione sui motivi della migrazione, della povertà, vuol dire   accrescere il divario sociale che è già di suo un baratro profondo. Riflettere attentamente, vuol dire leggere oltre i fatti che avvengono, stabilire il nesso tra causa ed effetto, perché se capiamo la causa, comprenderemo anche perché abbia generato questo effetto.

E’ preferibile odiare o amare il diverso, si resta in quella linea di finto equilibrio tra “male non fare e paura non avere”. In realtà la paura esiste anche per chi non fa del male, anche per chi afferma “io non sono razzista”. E’ la paura di capire sino in fondo le ragioni della povertà che induce a scappare da una guerra o dalla miseria. A noi però viene difficile spiegarcelo perché non è la sua pelle o la sua permanenza nei nostri paesi che ci condanna alla scelta tra “essere o non essere razzisti”, ma è la miseria che si trascina in ognuno di loro e, di fatto in ognuno di noi. La paura della povertà, questa ci terrorizza. Allora decidiamo di condannare la povertà e non chi l’ha determinata.

E mille e mille miglia ci separano dalla comprensione di tutto ciò.

Antonio Masoni

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