Tempio Pausania, L’Ospedale Occupato e la riscoperta dell’umanità, di Rita Brundu. Dedicato ai presidianti.

foto di Immacolata Ziccanu

Tempio Pausania, 30 nov. 2018-

Ci sentiamo di frequente con Rita, lei sa interpretare il vissuto di altri, seppure oggi il suo abbia rumorosi silenzi e dinamismi non abituali ai più. Rita sa leggere oltre le frasi racchiuse in righe dei numerosi libri che le fanno compagnia, ne attinge a piene mani per riflessioni profonde e mai staccate dal contesto sociale che esamina come fossero sempre nuova esperienza formativa. 

Le avevo chiesto di aiutarmi a esprimere in un modo scientifico un fenomeno che lei stessa aveva osservato da una delle numerose pagine del video diario, il viaggio delle immagini di questo presidio di occupazione che da 44 giorni ha abbattuto le resistenze passive della società civile davanti a qualsiasi nefandezza, ingiustizia, o porcata ci vengano somministrate come un lento veleno a basso dosaggio che ogni giorno sta distruggendo le nostre aspettative per una vita dignitosa, se non proprio migliore.

Rita sa, come sempre, raccontare anche se i suoi occhi e le sue gambe non sono lì con noi, come avrebbe voluto. Ha anche una dote che ne assicura la  valenza espositiva e la chiarezza descrittiva, sa vivere le storie degli altri senza esserci dentro se non attraverso i video che guarda o le persone che ascolta nel giorno per giorno della occupazione ospedaliera in corso.

Ora, vi prego di leggere quanto ha voluto inviarmi affinché voi stessi possiate intuire, come da tempo ho potuto io, quanto  le sue parole escano fuori dal testo e ci vengano incontro per aiutarci a comprendere quel che sta accadendo.

Che dote rara l’empatia! Il saper conciliare la conoscenza personale di ognuno di noi con l’altrui valigia di vissuto. Che bello poterci ritrovare tutti dalla stessa parte della barricata senza un’arma o con nemici da uccidere! Non si ha bisogno di fare del male quando con te porti le esperienze di altre valigie che stanno nello stesso scompartimento dello stesso treno. Il viaggio lo fai assieme a tutti gli altri, seduto accanto a dolori e gioie diverse dalle tue ma tutte avvolte da quel lenzuolo morbido che sa stringerti di reciproca compassione. Stare assieme in questo modo è già una vittoria, se poi lo diventa anche nei risultati prefissi, sarà immensa e travolgente. 

Nella riflessione che segue, è come metterti davanti ad uno specchio lucente, senza un graffio, se non quello che tocca le corde scoperte dell’emozione. Lo divori, e pensi a come si possa narrare un’esperienza di altri senza esserci stata ma sapendo che era fatalmente diventata TUA! 

Io ti ringrazio Rita, per quello che stai insegnando e donando in empatia a tutti noi, di quanto la tua “penna” scavi dentro questa storia che hai fatto tua, quanto e più di tanti di noi che la stiamo raccontando. Eravamo intesi che avrei dovuto completare con la mia esperienza questa tua riflessione. Bene, ho preferito leggerti e riservarti un posto speciale accanto a tutti noi che, qualcuno mi dice, ti appartenga di diritto. Allora, al fine di adeguarmi alla collegialità e alla linea univoca che sempre abbiamo avuto, faccio come tutti gli altri. Ti leggo, col sentito pensiero di ognuno di noi per questo “dono” che ci teniamo stretto. 

Qualcuno ha scritto: “L’universo ha senso solo quando abbiamo qualcuno con cui condividere le nostre emozioni”. (Paulo Coelho).

Aggiungo, senza alcun accostamento alla grandezza dello scrittore, che tu sai emozionare perché sai emozionarti.

E si legge. Grazie Rita (A. Masoni)

«La vita nella comunità moderna è estremamente complessa, e spesso ci troviamo un po’ smarriti poiché tutto cambia e si trasforma in un modo troppo repentino. I progressi tecnologici sono i principali responsabili di questi rapidi mutamenti, che portano anche ad aumento in dimensione ed eterogeneità della società: l’individuo dell’attuale collettività è a contatto con una popolazione diversa molto di più che in passato, dove invece i nuclei erano abbastanza stabili.

La varietà della società è un riflesso sia della diversa struttura sociale sia dell’esposizione sempre maggiore ad una serie molto estesa di influenze culturali divergenti. L’individuo nasce nella società come essere plasmabile e la stessa società lo plasma e lo forma come essere umano; ma questa comunità oggi così ampia, diversa e in continua mutazione, promuove un individualismo che ci allontana dal punto di vista umano. E diventa così burocratizzata da far perdere ad una persona la propria identità individuale e da considerarla solo in termini della posizione che essa occupa all’interno della burocrazia. Questa persona diventa un numero; e il fatto che dietro quel numero vi sia un essere umano con i suoi sentimenti, i suoi bisogni ed emozioni ha poca importanza per una società la cui maggiore preoccupazione è l’efficiente funzionamento della macchina burocratica. Paradossalmente, invece di opporsi a questo sistema, l’uomo moderno si integra in esso anche nel modo di comunicare, complice l’odierna tecnologia che in modo asettico e formale sostituisce la prassi originaria della comunicazione umana. E’ così che i messaggini e facebook subentrano in modo improprio al linguaggio del corpo, l’unico vero e sincero, nelle relazioni umane. Anche se, comunque, devo rilevare il rilievo pratico che hanno, come complementi, nella comunicazione. Ripeto, solo come complementi, poiché devono servire ad integrare e coadiuvare un rapporto umano fondato soprattutto attraverso un interazione che privilegia il linguaggio del corpo. Infatti è quest’ultimo che ci rivela veramente come esseri umani e non come macchine. Mentre la tecnologia può essere un alibi per chi ha paura dell’intimità (argomento trattato in Analisi Transazionale, su Galluranews), perché è troppo rischiosa e imprevedibile. Ma è anche la più vantaggiosa, poiché regala le gratificazioni più intense: comprende il condividere sentimenti, pensieri o esperienze in una relazione aperta, onesta e fiduciosa. Molte persone, per timore, se ne tengono lontane, nascondendosi dietro una maschera che copre il proprio “Io”.

Ma un bel giorno accade che delle persone decidano di unirsi per perseguire un obiettivo che ha una forte motivazione: il diritto alla salute. E che queste persone occupino l’ospedale come forma pacifica di protesta unendosi in un gruppo che la Psicologia Sociale definisce Gruppo Secondario. Un’associazione che doveva nascere quasi esclusivamente dalla necessità di cooperazione fra i suoi membri, con un sistema di rapporti ampio e formale e un’effettiva interazione con poca implicazione personale. Con il passare del tempo però, con grande meraviglia e stupore degli stessi partecipanti, il gruppo subisce una metamorfosi che lo porta a diventare Primario, cioè con le caratteristiche di un’unione pregna di una forte solidarietà, una reciproca accettazione, un’intima conoscenza l’uno dell’altro, spontaneità di comportamento, lunga durata, frequenza d’interazione. Insomma, le peculiarità di una famiglia. Questo avviene perché le persone del gruppo superano e rovesciano le suddette problematiche: l’individualismo cessa di esistere poiché lo scopo che unisce queste persone è tanto forte che le congiunge in modo sempre più stretto.

Si ritrovano umanamente di fronte non più come numeri ma come esseri umani: nasce, quindi, l’amicizia, l’identificazione e la sicurezza emozionale. Finalmente vicini, senza filtri tecnologici, comunicano attraverso il linguaggio del corpo che è l’unico ad essere vero, sincero. Si fidano, quindi, l’uno dell’altro e per molti cade anche la paura dell’intimità: stando a contatto con gli altri, si rendono conto che non sono i soli ad avere paure, desideri e fragilità. Cade la maschera e si ritrovano ancora più uniti. L’ostilità di persone esterne, paradossalmente, contribuisce a rendere ancora più coeso il gruppo e mette in moto un meccanismo omeostatico che rende i membri ancora più forti. E alla fine, ritrovano un’umanità nell’interagire con gli altri che, forse, avevano smarrito.

L’unico neo restano quelle persone che non fanno nulla e, magari, si permettono di criticare chi, invece, fa qualcosa di buono. Sono gli “ignavi” che Dante colloca nell’antinferno, come Esseri degni neppure di entrare all’ Inferno, poiché ne ha un enorme disprezzo: infatti hanno vissuto passivamente, inerti, insensibili ad ogni ideale, stando a guardare come spettatori. Virgilio, nel momento in cui incontrano tali individui, gli suggerisce: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.

Cari amici che, nonostante la stanchezza, occupate ancora tenacemente l’ospedale…, se Dante fosse ancora vivo, potrebbe pensare di collocarvi nell’Inferno, tra i golosi, dato che tutti i ristoratori di Tempio vi stanno viziando con piatti prelibati! Per poi immediatamente pentirsi e perdonarvi per questo piccolo peccato veniale, perché amante delle persone attive che hanno un ideale. Sarebbe colmo d’ammirazione per ciò che state facendo e allora, sicuramente, chiamerebbe Beatrice per portarvi direttamente in Paradiso. E ricevereste anche la benedizione di Alexander Lowen, padre della Bioenergetica, che afferma che solamente attraverso il piacere si possono raggiungere determinati obiettivi.

E, indubbiamente, il piacere più grande è stato finora aver ritrovato l’autenticità dei rapporti umani, in attesa dell’esito del traguardo finale preposto. Ma…e gli Ignavi? Come sempre, saranno ignorati da tutti e resteranno nel vestibolo. Per l’eternità. Forza ragazzi! Ricordate che se si ha un PERCHE’ da perseguire si ha anche il coraggio e la resistenza per affrontare le difficoltà… Ancora un abbraccio».

Rita Brundu

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