Tempio Pausania, Una domenica mattina a Rinaggju. Silenzio e poco altro.

foto galluranews

Tempio Pausania, 27 mag. 2018-

foto galluranews

Ho sempre amato Rinaggju, come credo la maggior parte dei tempiesi .Un tempo luogo dedicato alle gitarelle fuori porta, oggi il regno incontrastato del silenzio. Ho fatto in questi anni diverse escursioni mirate a rendere note le sue deficienze, il suo stato di abbandono e le improvvide assegnazioni a chi avrebbe dovuto occuparsene, col consenso dell’amministrazione civica. Era stato un clamoroso ultimo dietro front a segnare ancora una volta la poca accortezza di chi doveva far risorgere questo tesoro e farlo decollare, cosa che si dice da oltre 50 anni e che ha attraversato giunte di ogni colore e privati che furono coinvolti in uno spiacevole quanto losco “affaire”. Denaro perso, di cui oramai si sono volatizzate persino le ceneri. Gabbati imprenditori locali, circuita l’amministrazione che puntava allo sviluppo termale, e ritorno all’anno zero, come se oggi tutto fosse stato dimenticato.

Rinaggju trasuda di ricordi in quelli della mia generazione e dispiace troppo che persino gli ultimi recenti annunci dell’imminenza del suo decollo, in un progetto ad ampio respiro, siano ancora lontani dall’essere concretizzati. Sono sempre stato dell’idea che a Tempio ragionare in grande non ha mai pagato, benché non siano mai mancate idee e progettualità efficaci e sinergiche, e che forse una semplice rispolverata del vecchio da sostituire e poche piccole altre attrattive, forse sarebbero state più consone a questo paese che ha sempre ambizioni intatte di definirsi città.

Il posto è almeno pulito, l’acqua è sempre la sua principale attrazione ed è anche abbondante e buona come sempre, ma qualcosa stride se in vicinanza dell’estate, tutto sia solo affidato alla natura e alla quiete. In un’ora intera di permanenza le sole persone che sono arrivate sono state due adulti, un ragazzo e una bimba piccola con le Mountain Bike. Fa riflettere che nessuno venga per l’acqua diuretica o per mangiare qualcosa nelle vetuste panche e tavole di legno che basterebbe poco a cambiare od aggiustare, comprese una serie di panchine nuove al posto delle altre, in prevalenza rotte. Eppure, le condizioni sono eccellenti, il clima anche oggi che fa caldo, è al solito ideale. Ci vorrebbe poco, una cifra da stanziare subito per rinnovare le poche panche e tavoli e poi per il grande progetto si attendono i tempi che servono.

Immortalo il papà con la figlia, troppo carina col suo caschetto e mentre si disseta alle fonti. Una rapida visita che avrei prolungato perché amo il silenzio ma vengo assalito dal rimpianto per non aver visto nessuno, nemmeno un bidone o una bottiglia. 

Padre e filgioletta su una mountain bike

Rinaggju, se fosse dentro il F.A.I., come mi disse un mio amico economista romano, certo non giacerebbe come tante altre cose di questa città. pardon paese, senza un futuro immediato.

Dalle scale si sale verso il museo delle auto e moto storiche
Il Museo delle macchine e moto storiche di Giacomino Deiana indicato sulla fontana chiusa

Giacomino Deiana, che ha aperto un museo delle macchine e moto storiche in un locale adiacente a quello che doveva essere lo stabilimento idropinico, mi avverte che il museo è stato rinnovato e mi invita a visitarlo. Lo farò certo, ma intanto anche lui non dovrebbe chiamare sempre gli amici o il passaparola per avvertire che a Rinaggju c’è anche un museo, gli basterebbe che ci fosse solo un po’ di gente in più. Per ora si accontenta di una originale insegna su una gomma di auto adagiata sulla fontana con lo zampillo chiuso.

Nella RSA c’è baldoria, qualcuno è stato festeggiato. Nella terrazza si affacciano alcuni ospiti, forse a loro basta e avanza questo splendore che aspetta solo di essere messo al centro di un’attenzione maggiore per il nostro patrimonio naturale.

Mi rendo conto che qualche volta mi estraneo troppo dalla dura realtà di questa città, pardon, paese, che deve iniziare a ragionare in piccolo. Mia nonna diceva “lu inu esci da lu puppioni”, indicando che nemmeno un acino deve andare perduto. Ecco,  otteniamo il vino che esce dagli acini e non quello che arriva da ettari di vigneto improduttivi. Ce la possiamo fare.

Antonio Masoni

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