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La lingua gallurese, un campo minato. Intervista ad Andrea Muzzeddu

Tempio, centro del territorio gallurese

Grazie alla visibilità ottenuta da Laura Pirrigheddu sul palco nazionale di The Voice Generation, il gallurese – o meglio la lingua gallurese – è da qualche settimana al centro di grande attenzione. Soprattutto da parte dei sardi, che si sentono giustamente chiamati in causa. E che, talvolta a proposito talvolta meno, si son lasciati travolgere dal gran desiderio di dire la loro.

Ma si sa che in Sardegna “Chentu concas chentu berrittas”. Letteralmente, cento teste cento cappelli diversi. Sul gallurese ci sono le opinioni più disparate. Così, in mezzo a una marea di commenti sulle canzoni tradotte dalla cantante tempiese, ci è capitato di leggere anche tante corbellerie.

Come ci si può districare in questi casi? Semplice: si interpellano persone competenti.
E noi lo abbiamo fatto. Abbiamo rivolto un po’ di domande ad Andrea Muzzeddu, docente di Scienze umane, scrittore, regista, collaboratore di diverse riviste in qualità di giornalista e antropologo, studioso da anni di “Archeologia della comunicazione”, accurato ricercatore.

Quella con Andrea è stata una lunghissima chiacchierata, eppure non si è certo esaurito l’argomento. Andrea, aggese di nascita ma ben radicato anche a Tempio, si reputa semplicemente un “appassionato della sua lingua” e, soprattutto, un ricercatore delle fonti.

Le fonti contro le opinioni

Andrea Muzzeddu, ricercatore della lingua gallurese
Andrea in un disegno di Tomaso Pirrigheddu

Andrea, tu sai che oggi ci inoltreremo in un campo minato, vero?
«Io consulto le fonti. Se una persona nutre dei dubbi su qualcosa che legge, la prima cosa da fare è proprio andare a cercare le fonti originali, o quelle che possono avvicinarsi maggiormente.
Non serve a nulla dire “Non sono d’accordo” sulla base di pure opinioni, o seguendo delle ipotesi non fondate seppur  logiche.
Se ci pensiamo bene, tutte le teorie vengono costruite sul ragionamento logico, cosa che consente di non contraddirsi. Ma questo non significa che si stia dicendo la verità.
Quando non si è d’accordo su qualcosa, bisogna portare le motivazioni. Diversamente è prepotenza linguistica e ignoranza mentale. E di ignoranza mentale, con i social, oggi si abbonda».

Cosa intendi per ignoranza mentale?
«L’ignoranza è accettabile perché è una “non conoscenza”: io ignoro. Ma una volta che vengo a conoscenza, mentalmente sono libero di apprendere ciò che non conoscevo.
L’ignoranza mentale presuppone invece una presunzione di fondo: quello che tu ignorante mentale sai, lo sovrapponi a quello che ti dice l’altro, senza approfondire. Lì sta la prepotenza. E torniamo al concetto precedente: se dico di non essere d’accordo, devo darti le mie ragioni. Tenendo presente che non solo l’altro, ma anch’io posso trovarmi in errore.

Ecco l’importanza della ricerca per fare chiarezza. Altrimenti manca tutto: l’analisi, la riflessione, l’attenzione. Se sono presuntuoso, tutto questo lo rifiuto».

Il Canzoniere di Tonina Paba

Fare ricerche però è faticoso…
«È faticoso ma necessario. Si è obbligati, per onestà intellettuale, a fare chiarezza. E se non ho tutte le fonti per screditare la tua teoria, devo andare a cercarle. Altrimenti devo accettare, almeno in parte, quello che dici tu.
È una questione di rispetto per l’intelligenza dell’altro. Io debbo ragionare con te, non offenderti. E magari fare il lavoro insieme per raggiungere le radici della questione che ci sta a cuore. A volte ci vogliono anni. Però se insisti arrivi».

Quali fonti abbiamo per indagare le origini del gallurese?
«Le fonti sono a disposizione di tutti. Tanto per cominciare i manoscritti dell’800, che riportano le nostre antiche poesie dalla seconda metà del 1700 fino alla prima metà del 1900. E poi ci sono le pubblicazioni di diversi autori su materiale d’archivio».

Canzoniere ispano-sardo di Tonina PabaAd esempio?
«Una delle più interessanti è quella di Tonina Paba, l’autrice del “Canzoniere ispano-sardo”. Qui ritroviamo tutta una serie di tracce delle nostre poesie galluresi dal ‘500 al ‘700. Sono scritte in un misto tra la lingua locale e il castigliano, cioè lo spagnolo che si parlava allora.
Il castigliano era stato imposto dai conquistatori, ed era obbligatorio per i documenti ufficiali e la stampa in genere. La lingua locale si poteva usare solo oralmente o per i manoscritti privati.

Questo è un antico vizio delle diverse dominazioni che abbiamo subìto, tra cui quella dei Savoia. A fine ‘700, mentre nella reggia i Torino i nostri re parlavano e scrivevano tranquillamente in francese, qui il loro emissario e responsabile per la Sardegna, Bogino, non fece altro che vietare tutte le varianti delle lingue sarde, imponendoci la lingua italiana.

Nel Canzoniere di Tonina Paba troviamo ad esempio “Ninna nanna a lu puppu beddu”, del 1500: una ninna nanna al piccolo Gesù che fino a qualche anno fa i cori cantavano ancora nelle funzioni religiose».

Otto vocabolari di gallurese

 Cosa abbiamo oltre al Canzoniere?
«Tra la documentazione troviamo almeno otto vocabolari scritti sulla lingua gallurese. Ciascuno di essi riporta o meno determinati termini. Le differenze dipendono da chi ha fatto le ricerche, dalla località dove si è soffermato nel raccogliere le testimonianze linguistiche e così via. Ci sono termini che si trovano in uno o due vocabolari ma non negli altri, o per lo meno non sono stati trascritti».

Ma il gallurese era sempre lo stesso?
«Qui bisogna prestare attenzione. Una cosa è il gallurese parlato in città come Tempio; altra cosa è quello parlato nei villaggi come Aggius, Bortigiadas, Calangianus. Diverso ancora è quello delle campagne, dove lo stesso gallurese si differenzia tra la Riviera di Ponente e la Riviera di Levante».

Stazzo gallurese - www.escursionigallura.it

Ossia?
«La Riviera di Ponente è il vecchio territorio di Aggius e Bortigiadas. Anticamente la pertinenza comunale di Aggius iniziava da Codaruina (cioè Valledoria) e arrivava fino al fiume di Vignola. Ma alcune famiglie aggesi, come i Battino, i Frau e i Muzzeddu-Fioredda avevano terre da una parte e dall’altra del fiume.

La Riviera di Levante invece era quella di Tempio. Comprendeva Arzachena, Nuchis (che arrivava fino a San Pantaleo, chiamato “Lu Saltu” perché separato dal territorio madre), Telti, Padru, Loiri Porto San Paolo fino a lambire le terre di Oviddè, cioè l’odierna San Teodoro. Oviddè, in particolare, subiva l’influenza dei pastori tempiesi e calangianesi, che andavano tutti in quella zona a svernare. La Riviera di Levante raggiungeva la periferia di Budoni, dove anche oggi infatti si parla il Gallurese. Nonostante dal punto di vista amministrativo San Teodoro e Budoni appartenessero a Posada, l’influenza linguistica tempiese è molto marcata».

Il gallurese: lingua o dialetto?

Ma il gallurese è una lingua o un dialetto? Quali sono i parametri che lo stabiliscono?
«Il gallurese è una lingua: perché è parlata da una comunità che, con quel modo di esprimersi, è in grado di raccontare tutta se stessa, le azioni, i sentimenti, i progetti e via dicendo.
La lingua è un complesso culturale che favorisce l’espressione umana. E siccome è parlata da una comunità distribuita in un territorio vasto, il gallurese sarà una lingua minoritaria quanto vogliamo, ma è una lingua.

Che cos’è una lingua principale o ufficiale? È quella della classe dominante, niente di più. Quella che impone a tutte le altre parlate del territorio – controllato militarmente – di adattare la propria produzione culturale al linguaggio del padrone. Quella è la lingua ufficiale, dominante. E tutto quello che tu studi, tutto quello che leggi, è filtrato dall’ideologia che regge quel tipo di potere».

Quindi la distinzione tra lingua e dialetto non ha senso…
«Perché le parlate minoritarie fanno paura? Perché vengono negate, o declassificate chiamandole “dialetti”? Per non dar loro l’importanza concettuale che ha la lingua ufficiale, con la quale entrerebbero in contrasto. La lingua popolare, quando parla di storia, parla di storia di popolo e non di potenti. Parla di gente umile che trova tutti i modi per difendersi e sopravvivere, non di generali e condottieri. Perché i generali e i condottieri sono gli “stranieri” che si sono imposti nel territorio con le armi.

Guarda la storia sarda: Punici, Romani, Bizantini… tralasciando i Vandali che si impossessarono della Sardegna solo per una settantina d’anni. Furono cacciati dai Bizantini, eredi dell’impero romano d’Oriente, conquistatori e forestieri anche loro».

Le imposizioni dei dominatori

«Dopo i Bizantini arrivano gli Aragonesi; poi gli Spagnoli quando gli Aragonesi si unirono ai Castigliani. Nel 1713 avemmo il dominio asburgico. Durò solo 7 anni perché poi cedettero la Sardegna ai Savoia, nel 1720.

Ai Savoia, che erano semplicemente Principi del Piemonte, qui in Sardegna venne riconosciuto il titolo di Re: con il “Trattato dell’Aia” divennero Re di Sardegna. Senza che noi potessimo mai metterci bocca. Fummo consegnati a loro come un pacco regalo».

Ma allora che cos’è un dialetto?
«Quello che noi chiamiamo “dialetto” è la conseguenza di quanto è stato imposto linguisticamente dalla cultura dominante. Perché il dialetto, se lo guardiamo con attenzione, altro non è che una variante della lingua stessa!

Facciamo un esempio. Il toscano, che con lo sviluppo culturale è diventato italiano (e che ideologicamente è servito per creare il Risorgimento e l’unità dello Stato), viene parlato in modo differente a seconda del territorio. Lucca e Firenze non parlano lo stesso toscano, e nemmeno i livornesi.

Il gallurese è una lingua che dal punto di vista sintattico e morfologico è identica in tutto il territorio. Inclusi gli spazi del litorale del Golfo dell’Asinara, fino a raggiungere Sassari. Ciò che cambia è l’espressione, il “modo di dire”. E in molti casi anche la parola per definire una stessa cosa. Queste variazioni sono il dialetto, rapportato alla lingua generale».

Il gallurese e le sue varianti

 Dunque qual è il vero gallurese?
«Che ci piaccia o meno, la lingua culturale conosciuta è quella tempiese. I maggiori poeti dei nostri territori, nello scrivere le loro poesie, usavano la parlata tempiese: perché è più dolce, più morbida, più sonora.
Quando invece scrivevano poesie a carattere popolaresco, usavano la loro variante: perché più efficace, più pronta per la presa in giro, più satirica. E allo stesso tempo più asciutta, più cruda.

Il tempiese, però, non è quello di Tempio in senso stretto. Infatti Tempio, diventando città, ha subito una serie di influenze dalle persone arrivate in zona per rendere funzionali tutti gli uffici previsti dallo Stato.
Il vero tempiese è quello che si parlava nelle “ville” e nelle frazioni del suo territorio: Arzachena, Luogosanto, Telti, Oviddè… Questo è il classico tempiese!
Gli abitanti di Tempio, invece, sono molto “italianizzati”, perché la classe politica e nobile della città, per fare carriera, si è subito integrata con lo Stato.

A Tempio non ho mai sentito il profumo tipico di un paese gallurese, ma quello di una città altra. Una città dove si parla, sì, una lingua conosciuta, ma che non mi ha mai dato l’emozione di quando entravo a Calangianus, o a Bortigiadas… È normale, se si pensa a tutti gli uffici, le scuole e gli ospedali che la città ospitava, e a quanta gente arrivò da fuori per farli funzionare».

Il sassarese, quasi una lingua a sé

 Quante varianti esistono?
«La più importante è quella aggese, perché include Trinità d’Agultu, Badesi, Viddaeccja (Viddalba) e Codaruina, oltre alla zona di Vignola mare con Portobello e Santa Maria.

Poi c’è la variante bortigiatese. Ancora oggi è percepibile questa stessa parlata a Santa Maria di Cucina (Santa Maria Coghinas), al di là del fiume. Se vai lì e li ascolti, ti accorgi che hanno la sfumatura bortigiatese, la loro “scivolata”.

Abbiamo poi la variante di Calangianus, che influenza in parte Sant’Antonio di Gallura. Che infatti un tempo era Sant’Antoni di Caragnani, diventato “di Gallura” quando ha assunto l’autonomia amministrativa.

A Nuchis invece si parla il gallurese di Tempio, quindi non esiste variante.
A Olbia (o Tarranoa), insieme a Padru, c’è un misto di lingue. Erano bilingui.

Altra variante è il castellanese, quella parlata a Castelsardo, che influenza la Muddizza. E che a sua volta è influenzata dal sedinese. È sempre gallurese ma con diverse sfumature.

Poi abbiamo delle varianti che cambiano quanto a espressione in senso proprio, ma non come struttura linguistica: il sorsese e il sassarese. Addirittura il sassarese è considerato quasi una lingua a sé».

Ma da questo a dire che il tempiese e il gallurese discendano dal sassarese, come sostiene qualcuno, ce ne passa…
«Sono completamente diverse, ma il sassarese è una variante del gallurese».

L’isulanu di La Maddalena, lingua alloglotta

E l’isulanu parlato a La Maddalena?
«È un’altra variante ma non proprio gallurese. In realtà l’isulanu è una lingua “alloglotta”: è nata con i primi abitanti dell’isola di La Maddalena, che quando accettarono la cittadinanza del Regno di Sardegna rinunciarono a rientrare nella loro terra nativa, Bonifacio.

In pratica i primi abitanti di La Maddalena erano bonifacini. Andavano là per svernare, per portare gli animali al pascolo. Quando il Regno di Sardegna occupò le isole cosiddette “intermedie” tra Sardegna e Corsica, cioè quelle dell’Arcipelago di La Maddalena, i pastori che volevano restare lì dovettero accettare di servire il re di Sardegna. Chi non accettò andò via. Chi accettò rimase lì, dando origine a l’isulanu».

La Maddalena ai primi del 900

Quindi l’isulanu nasce con una comunità che si è trapiantata lì…
«Esatto.
Abbiamo anche altre comunità alloglotte. Ad esempio i tabarchini, che arrivarono dall’isola di Tabarca, tra Tunisia e Algeria, per sottrarsi alle angherie dei musulmani Erano originari della Repubblica Marinara di Genova.

Altra lingua alloglotta è il catalano-algherese. Ai tempi della dominazione aragonese, tutti i sardi di Alghero vennero allontanati e la città fu ripopolata dai soli aragonesi. Un modo per assicurarsi il controllo della roccaforte e del territorio. Così la parlata di Alghero è l’antico aragonese.

Poi c’è Castelsardo. Se ascolti la loro parlata, ti rendi conto che ha caratteristiche genovesi. Infatti la cittadina è nata come Castel Genovese, non come Castelsardo. È stata abitata dai genovesi, che costruirono la fortezza.
Gli abitanti di Castelsardo non parlano: cantano. E hanno diversi termini tipicamente genovesi, un residuo della loro antica lingua.
Una volta conquistato dagli aragonesi, Castel Genovese scompare e diventa Castel Aragonese. Infine pure questo scompare con i Savoia, per diventare definitivamente Castelsardo. Che è diverso da “Calteddu”, o “Casteddu”, ossia Cagliari».

Le questioni più spinose nella prossima puntata

Le domande che abbiamo fatto ad Andrea, naturalmente, non sono solo queste. Gli abbiamo sottoposto alcune questioni che da decenni sono oggetto di grandi diatribe.
Ad esempio: che differenza c’è tra sardo e gallurese?
Ma è vero che solo il logudorese può essere la lingua ufficiale della Sardegna?
Da dove deriva il gallurese?
E la famigerata “h” di cui infarciamo i nostri scritti ha davvero motivo di esistere?

Questo e altro gli abbiamo chiesto. Ne parleremo nei prossimi articoli.

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