Eolo Tempio Pausania, Vito Nicastri e Matteo Messina Denaro: cosa c’entrano l’uno con l’altro?
È stato il programma Report a far saltare sulla sedia molti tempiesi, l’8 maggio scorso, mostrando l’inquietante nome di una società fondata dal famigerato Vito Nicastri: “Eolo Tempio Pausania” (qui il passaggio in cui viene citata).
Una società che trafficava in impianti eolici, naturalmente, materia di cui si occupava Nicastri prima di passare a peggior vita. Il pessimo infatti ha lasciato due anni fa questa terra, tutti i suoi affari e i soldi accumulati. Proprio come li lasceranno prima o poi anche tutti gli speculatori delle rinnovabili, locali o stranieri.
Il legame tra Nicastri e Messina Denaro è noto. Il boss di Cosa Nostra girava l’Italia in cerca di agganci politici per i suoi affari nell’eolico. Vito Nicastri, “il re del vento”, gli dava una mano.
E in Sardegna Nicastri ha steso la sua ombra dappertutto. Ci sapeva fare.
Il sistema Nicastri: eolico, politico e mafia
Sentiamo il giornalista Rino Giacalone:
«Gli imprenditori che scendevano dal nord Italia sceglievano le zone dove impiantare queste strutture, e lo sviluppatore al 90% delle volte era Vito Nicastri».
Con le prime indagini si scoprì che «un imprenditore veniva dalla Lombardia, e arrivò qui [in Veneto] con le valigette piene di soldi, perché c’erano da pagare i funzionari pubblici, c’erano da pagare gli amministratori locali, c’era da pagare la mafia».
Vito Nicastri era un intermediario specializzato nelle trattative con gli Enti locali per ottenere autorizzazioni e concessioni per impianti eolici e fotovoltaici, che poi rivendeva a imprese e a Fondi di investimento.
Dopo aver riempito la Sicilia aveva cominciato a spazzare anche le altre Regioni, muovendo soldi e soprattutto voti.
Oltre che con Messina Denaro aveva a che fare col boss Lo Piccolo e vari altri malavitosi.
«Lui non è uno che ha fatto affari grazie alla mafia: è la mafia che ha fatto affari con lui», racconta Giacalone. Al punto da irritare addirittura Totò Riina.
Perché una società si chiamava “Eolo Tempio Pausania”?
Per Nicastri le pale eoliche erano “il futuro”. Il SUO futuro, soprattutto.
Allo scopo di accaparrarsi 90 milioni di contributi pubblici aveva messo su un gran numero di imprese. Fondendole tra loro, incastrandole, risucchiandole l’una nell’altra come si fa ancora oggi in questo settore così oscuro.
Tra queste, nei primi anni 2000, la società “Eolo Tempio Pausania”.
Ma perché proprio questo nome? Cosa c’entrano Tempio e i tempiesi con Nicastri e i suoi affari?
Non lo sappiamo, e chissà se mai lo scopriremo. Però è una domanda che non possiamo ignorare.
Il progetto della centrale a biomasse sotto il Limbara
Certamente Nicastri non era l’unico a battere il nostro territorio, a caccia di amministratori entusiasti per qualunque progetto presentato come “sviluppo”.
Molti di noi ricorderanno il soggetto che arrivò qui proprio in quegli anni, esattamente nel 2008, a proporre all’ingenua amministrazione tempiese un grandioso progetto per una centrale a biomasse di 50 Megawatt.
Un impianto colossale, fuori misura non solo per la Sardegna ma per l’Italia intera, da collocare ai piedi del Limbara in località Santu Tummeu – Li tre Funtani.
Lo scopo dichiarato era quello di «portare elettricità e acqua calda gratis nelle case dei tempiesi» (forse telepaticamente). Ma nel progetto era previsto un capannone di 3.000 mq da adibire a deposito rifiuti.
Casualmente, il signore in questione si occupava proprio di rifiuti. I giornali dell’epoca riportavano l’esistenza di 19 procedimenti in corso per disastro ambientale, avvelenamento di falde acquifere e traffico di rifiuti tossici perfino da Chernobyl.
Ma agli amministratori tempiesi non venne in mente di prendere informazioni su di lui. In fondo sarebbe bastata una ricerca su internet.
Invece gli spalancarono le porte della città. Il progetto gli sembrava proprio bello, e soprattutto vantaggioso!
Restava da capire da dove sarebbero arrivati i 50 milioni necessari per realizzarlo.
Le contraddizioni dell’amministrazione comunale
Incomprensibilmente, nonostante l’entusiasmo, non ne fecero parola con nessuno. Nemmeno in Consiglio.
Scoprì tutto per caso un consigliere d’opposizione, che ne chiese conto durante un’interrogazione comunale. Divenne famoso il video con la risposta del sindaco che ne negava l’esistenza: «Lei, consigliere, è coi piedi caminando per aria».
Nel giro di venti giorni gli amministratori diedero diverse versioni della faccenda. Dissero che il progetto non esisteva e che era tutta “aria fritta”; che esisteva ma che loro erano contrari; che esisteva ma la Provincia lo aveva bocciato; che era in atto e sarebbe stato fonte di sviluppo e di tantissimi posti di lavoro.
Il piano per alimentare la centrale: disboscare il Limbara
Infine apparve un primo trafiletto sul giornale che tesseva le lodi della centrale.
Per farla funzionare, si scriveva orgogliosamente, sarebbero state necessarie 120.000 tonnellate di legna l’anno.
In realtà, fatti due conti, per quella potenza non sarebbero bastate neppure duecentomila tonnellate.
Dove avremmo preso tutto quel legname?
Lo spiegò l’assessore all’ambiente durante un convegno organizzato da cittadini preoccupati: arbusti, ramaglie e… tagliando gli alberi del Limbara “a strisce”.
Il piano era questo: un anno si taglia una striscia sì e una no; si ripiantano; l’anno dopo si tagliano le strisce lasciate intatte l’anno prima e intanto gli alberi delle prime strisce ricrescono, così da essere pronti per l’anno successivo.
Qualcuno spiegò all’assessore che gli alberi non ricrescono in un anno, ma la cosa non parve fondamentale.
Le scatole cinesi e gli interessi dietro il progetto
Nel frattempo il proponente si era portato avanti, fondando a Sassari una S.r.l.
Si attendeva soltanto la procedura di VIA dalla Regione per cominciare.
Quando, dopo un accesso agli atti, il progetto saltò fuori per intero, nel frontespizio tutti poterono leggervi la firma del fratello del sindaco in qualità di agronomo.
I tempiesi in rivolta pretendevano risposte. Soprattutto dopo aver constatato, con una visura, che la società fondata a Sassari era in realtà un sistema di 13 scatole cinesi.
Al suo interno c’era una quantità incredibile di nomi, società di ogni genere, Fondi di investimento e perfino banche. Aziende che si occupavano di energia, di trasporti, di lavorazione della plastica, di smaltimento rifiuti, tutte incuneate l’una dentro l’altra.
Come mai avevano investito nella centrale a biomasse di Tempio Pausania?
Una centrale da costruire a 4 km dall’abitato, nonostante la quantità industriale di particolato e diossina che avrebbe rilasciato nell’aria, come affermano numerosi studi scientifici.
Emissioni che avrebbero avuto gravissime ricadute anche sanitarie non solo su Tempio ma su tutto il territorio circostante.
La rivolta dei cittadini e la fine del progetto
La battaglia tra l’amministrazione e i cittadini andò avanti per mesi. Fino alle elezioni comunali.
Due giorni prima del voto, al risveglio, i tempiesi trovano nella cassetta delle lettere un depliant illustrato che magnificava la centrale, i suoi benefici e la ricchezza di cui avrebbe ricoperto la città.
Ma la gente non abboccò.
La Giunta cambiò, e quella entrante fece carta straccia di tutto.
Diverse persone impegnate nella battaglia erano state oggetto di minacce di morte. Ma solo una subì davvero delle rappresaglie, o meglio una terribile vendetta da parte di un frate evidentemente troppo coinvolto.
L’anno successivo ci riprovarono a Buddusò, dove si pretendeva di ricavare energia dai cardi secchi. Ma anche lì, grazie alla mobilitazione popolare, andò tutto a monte.
Perché questa storia riguarda ancora Tempio
Questa è storia. Perché la raccontiamo oggi?
Perché vedere “Eolo Tempio Pausania” su Report ci ha gelato il sangue.
Perché certa gente non ha mai smesso di percorrere l’Italia da nord a sud a proporre progetti che tutto portano tranne che sviluppo.
E perché su Tempio incombe un altro immane incredibile progetto, dove per forza di cose avremo a che fare con soggetti e società anche estere di cui non sappiamo nulla. Un progetto che si chiama “Smart Grid”, voluto dalla maggioranza comunale ma non dalla maggioranza dei tempiesi.
Un progetto che sta andando avanti nel silenzio, perché in campagna elettorale è meglio non parlarne.
Il progetto “Smart Grid”
Chi ce lo ha proposto? Abbiamo indagato? Chi sono i privati che lo finanzieranno? A chi o a che cosa sono collegati?
Ma soprattutto: se disgraziatamente dovesse andare avanti, quale enorme danno ne avrà Tempio Pausania?
Valutatelo voi.
Qui vi elenchiamo solo gli impianti previsti, tutti in area verde ai piedi del Limbara (come sempre), su 30 ettari ampliabili anche da espropriare ai legittimi proprietari:
- un impianto fotovoltaico da 3 Megawatt;
- un centro di stoccaggio di batterie al litio;
- un altro impianto fotovoltaico da 1 Megawatt;
- una centrale a idrogeno;
- un altro impianto fotovoltaico da 2,4 Megawatt per alimentare la centrale a idrogeno;
- sistemi di stoccaggio per l’idrogeno;
- un impianto a biogas alimentato a rifiuti;
- due pale eoliche di 180 metri sul confine di Calangianus;
- un impianto per la captazione e il trattamento della Co2;
- incremento degli impianti fotovoltaici su edifici privati fino a 10 Megawatt;
- altri impianti di accumulo con batterie al litio sia localizzati che decentrati;
- una nuova congiungente verso la cabina primaria Terna sul versante di Calangianus.
La domanda finale
A tutto ciò aggiungete gli impianti fotovoltaici già realizzati, più un’altra ventina già approvati (così risultava l’anno scorso dalle carte). Avrete il quadro della situazione in cui ci ritroveremo tra poco tempo, se questo macabro progetto andrà avanti. A vantaggio di chi?
Ma davvero lo permetteremo?