Tempio Pausania, « Un totale di due pizze, ma l’Italia è questa qua?». La lettera al blog.

foto Il Secolo XIX - archivio immagini google

Tempio Pausania, 7 ott. 2018-

«Accade che in una tranquilla cittadina di provincia, dove si promuove a più livelli la mobilità internazionale di giovani studenti, dove le persone viaggiano e conoscono altre realtà, dove associazioni di volontariato si mobilitano per la solidarietà, la presenza di un ragazzo straniero, africano, non sia gradita al banco di una pizzeria al taglio. Accade. Accade che ci si senta legittimati a rifiutare un candidato straniero per difendere la propria attività dalle proteste di clienti a cui un rumeno al banco non piace, e figurarsi un africano!

Accade anche che tutti, anche chi potrebbe assumerlo, dicano di non essere razzisti. Che dicano che la diversità è una cosa bella e giusta. E che lo dicano in modo sincero, convinto. Ma che colpa ne hanno se la mentalità della gente è quella? Ciò che difendono è la stabilità del loro lavoro, per paura di perdere clienti affezionati che a seconda di chi vedono al bancone storcono il naso e pensano di cambiare pizzeria. Ché la pizza è una cosa italiana, si sa. E anche per consegnarla ci vogliono mani italiane. Accade. Accade di pensare che gli stranieri è meglio se rimangono a casa loro. E quelli che sono già qua, che vadano a lavorare, che sono robusti. Ma non nella nostra pizzeria, che non sta bene. In campagna, magari. O nei retrobottega. Dove non li vede nessuno, insomma. Accade quindi che discriminare i lavoratori per razza sia talmente legittimo da poter essere detto con il sorriso e “senza rancore”, anche se è anticostituzionale.

Accade.

Potrebbe invece accadere che a tanti italiani la pizza piaccia servita senza distinzioni, con uguaglianza di stagione e scaglie di integrazione a fine cottura. Perché l’importante è che arrivi a casa calda e puntuale, e che sia buona, ovviamente. Altrimenti sì, magari si cambia pizzeria indipendentemente dalle mani che hanno contribuito a prepararla. Potrebbe accadere che questi italiani, gli stessi che si sentono cittadini del mondo e che amano i viaggi, gli scambi e gli incontri, non siano disturbati dagli stranieri che lavorano, ma anzi ne siano contenti. E decidano di sostenere l’attività di chi qualche straniero ha scelto di assumerlo a rischio di perdere clienti. Potrebbe accadere che a fine serata si scopra di aver venduto qualche pizza in più e non qualcuna in meno. Potrebbe accadere. Potrebbe accadere di scoprire che scegliere di giustificare le discriminazioni non paghi, perché i cittadini che si indignano per le ingiustizie sono più numerosi di quelli che le praticano. E che anche a loro piaccia la pizza.

Potrebbe allora forse accadere di poter raccontare una città aperta, libera da pregiudizi di qualunque forma, ospitale e genuina, preparata con l’incontro a lievitazione lenta, impastata con il coraggio di ogni scelta quotidiana e fatta cuocere nel forno della fiducia. Negli altri e in un mondo da poter chiamare casa. Sarebbe bello».

Firmato: un gruppo di cittadini di Tempio

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